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In Italia il tempo del dialogo con i cattolici sembra finito Stampa

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11/12/2009 (7:41) - CLIMA CULTURALE CAMBIATO

Dobbiamo giustificarci di essere laici?

In Italia il tempo del dialogo con i cattolici sembra finito
Occorre una pausa di silenzio per rimisurare le distanze

 GIAN ENRICO RUSCONI

Adesso ci si deve giustificare di essere laici. È straordinaria la rapidità con cui è mutato il clima culturale nel nostro paese. Sino a ieri tutti si dichiaravano laici, con zelo, sia pure con l’aggiunta di «sani» o «positivi». Adesso è diverso: se critichi la Conferenza episcopale italiana o approvi la sentenza di Strasburgo sul crocifisso nella scuola pubblica devi offrire le credenziali che non sei nemico della religione, della Chiesa, anzi di Dio.

Ci si mettono anche i laici pentiti con le loro raccomandazioni. Quando rivendicano con enfasi la religione come componente costitutiva del pluralismo democratico (salvo smentirsi immediatamente parlando del cattolicesimo come irrinunciabile indicatore di identità storica nazionale) citano Rawls e Habermas. Credono di essere nell’America di Barack Obama o nella civile Germania multiconfessionale. Siamo invece in un paese dove la semplice proposta del pluralismo nell’insegnamento della storia delle religioni nelle scuole e la loro analisi comparata viene respinta come l’equivalente del famigerato relativismo. Come tradimento della tradizione cattolica del popolo italiano. A questo punto, anche il più disponibile dei laici perde la pazienza. È finito il tempo del «dialogo tra laici e cattolici» inteso nel modo tradizionale. È opportuno prenderci una pausa di silenzio e rimettere a fuoco parametri e argomenti su cui rimisurare le distanze.

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L'aforisma

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