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La Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni è un' Associazione di Promozione Sociale, costituita nel 2005, che riunisce circa 70 associazioni ed istituzioni culturali laiche ed ha come missione il duplice scopo di promuovere la diffusione della cultura laica e la difesa della laicità delle istituzioni a livello locale (Regione, Provincia, Comuni), nazionale (attraverso il Coordinamento Nazionale delle Consulte per la Laicità delle Istituzioni) ed internazionale (attraverso la propria attiva partecipazione alla FHE-EHF - European Humanist Federation).
Una rete associativa ampia e articolata che rappresenta un nuovo soggetto culturale unitario delle forze laiche di Torino, città dalle antiche radici laiche e tutt'ora ricca di Associazioni che si richiamano alla cultura laica, nelle sue diverse sfaccettature, comprese quelle religiose che si riconoscono nella laicità e nella "neutralità" delle Istituzioni Pubbliche.
Della Consulta fanno parte Associazioni diversissime fra loro, per natura, fini, estrazione culturale ed ambiti di azione, tutte però accomunate dal mutuo far parte e "sentirsi parte" di quel grande crogiuolo di pensiero, di quello straordinario ed inestimabile giacimento culturale costituito dalla "cultura laica": associazioni laiche tradizionali, istituti e fondazioni culturali, associazioni politico-culturali, associazioni del movimento delle donne, associazioni del movimento gay, lesbico, bisessuale e transgender, associazioni dei diritti umani, enti di promozione sociale, sindacati, associazioni professionali, associazioni delle minoranze religiose, associazioni ambientaliste, associazioni naturiste.
Che cos'è la laicità Della laicità sono possibili almeno tre diverse chiavi interpretative. La prima di esse consiste nella laicità intesa come metodo laico. Questa è la cosiddetta accezione “debole” della laicità, intesa come metodo tollerante di coesistenza delle diverse etiche possibili e come procedura consensuale di decisione nello spazio pubblico, che escluda riferimenti ad autorità esterne superiori (lo Stato, la Chiesa, il Partito, la Scienza, la classe medica, la Famiglia, la Comunità) e faccia appello all’autonomia argomentativa. E’ questa una concezione prepolitica o metapolitica della laicità, alla stregua della democrazia e del liberalismo; tale concezione critica si ispira ai valori del pluralismo, della libertà, della tolleranza, o meglio, del rispetto ed al principio dell’autonomia reciproca fra fede religiosa e politica. La laicità come metodo è basata sul libero e pubblico dibattito, in cui a ciascuno sia garantita la possibilità di avanzare punti di vista ed argomenti e di vederli difesi; ciò appare tanto più essenziale nella società contemporanea, sempre più multietnica, multiculturale e multireligiosa. Il metodo laico implica che gli attori pubblici rinuncino concordemente ad applicare alla sfera collettiva, pubblica e politica i propri principi, verità e valori religiosi ed etici “ultimi”, assoluti e non negoziabili (inevitabilmente configgenti con verità religiose e valori etici ultimi altrui) ed a volerli imporre a tutti i cittadini in forza di legge. Occorre pertanto che nella sfera politica le etiche individuali compiano un saggio passo indietro, lasciando che la politica si dedichi alle questioni “penultime”, demandando le questioni ultime alla coscienza ed all’autonomia individuale. Pur ribadendo l’attualità e la validità della tradizionale distinzione liberale fra dimensione pubblica e dimensione privata, il metodo laico non ha obiezioni di principio da opporre al fatto che le agenzie e le istituzioni ecclesiastiche delle diverse fedi religiose rivendichino un ruolo attivo nel dibattito pubblico; ma ciò presuppone che i soggetti religiosi, nell’argomentare pubblicamente le proprie ragioni, rinuncino ad utilizzare, nella fase deliberativa che porta alla produzione delle leggi, argomenti teologici o di fede e si limitino a servirsi di argomenti razionali e ragionevoli, confutabili e falsificabili (John Rawls e la sua “clausola condizionale”).
La seconda definizione, consiste nella laicità intesa come etica laica, che può essere definita anche “laicismo” (che nulla ha a che fare con l’ateismo o con l’irreligiosità). Questa è la cosiddetta accezione “forte” della laicità, che, al di là delle eventuali appartenenze religiose individuali, prescinde da qualsiasi riferimento al divino ed al metafisico ed individua un filone comune di idee di fondo e di principi che si traducono poi in alcune posizioni sostanziali. Essa si riassume nell’espressione “etsi deus non daretur” (“come se dio non ci fosse”, o, meglio, “anche se dio non ci fosse”), risalente a Grozio, l’umanista padre del giusnaturalismo, approfondita dal teologo protestante Dietrich Bonhoeffer e recentemente ripresa da Gian Enrico Rusconi: in tale concezione della laicità si possono legittimamente riconoscere credenti, non credenti e diversamente credenti. Si tratta di una laicità “attiva”, rispettosa della libertà e dell’identità di ciascuno,che parla alle coscienze dei singoli cittadini, per ampliare la fruizione di diritti civili a chi non ne gode, per estendere “diritti di cittadinanza” a chi ne è escluso, per aprire per tutti e per ciascuno nuovi spazi di libertà, in una società aperta, accogliente ed inclusiva. L’etica laica è intrinsecamente antidogmatica, liberale e libertaria (in quanto amplia le possibilità di scelta degli individui); un’etica “della qualità della vita” (da John Stuart Mill ad Amartya Sen), che mette al centro della propria azione non tanto “la persona” (con i rischi di un personalismo astratto, come quello cattolico), quanto piuttosto “l’individuo”, inteso non in senso atomistico o stirneriano, bensì in relazione agli altri individui (un individuo sociale in carne ed ossa, hic et nunc); un’etica, in definitiva, fondata sul principio dell’autonomia libera e responsabile, che individua i suoi limiti nel non causare danni a terzi. La prima concezione della laicità non contraddice la seconda, essendo, anzi, l’una (la laicità metodologico-procedurale) il prerequisito dell’altra (la laicità sostanziale o etico-filosofica) e costituendo entrambe premessa per la terza chiave interpretativa.
La terza definizione consiste nella laicità delle istituzioni. La laicità, intesa come neutralità delle Istituzioni, è fondata sulla separazione giuridica fra Stato e chiese e si oppone allo Stato confessionale e allo Stato etico, cioè allo Stato che assume come propria una determinata etica (religiosa, filosofica o ideologica) e ne privilegia i fedeli rispetto ai seguaci di altre etiche. Lo Stato laico di diritto, nel produrre le leggi, deve preoccuparsi non di prescrivere comportamenti informati ad etiche di parte (come pretenderebbe la Chiesa cattolica), bensì di aprire nuovi spazi di libertà ed opportunità di scelta ai cittadini, portatori di etiche individuali differenti: né occorre realizzare un ethos pubblico condiviso (magari deciso dallo Stato!), quanto piuttosto la capacità di far coesistere pacificamente differenti ethos divisi e financo divisivi. In uno Stato laico, il legislatore non si preoccupa tanto del fatto che le leggi rispondano alle categorie di “morale/immorale”, “bene/male”, “giusto/sbagliato”, quanto piuttosto a quelle di “utile/inutile”, “opportuno/inopportuno”, “ragionevole/irragionevole”, operando spesso secondo il principio del male minore e della riduzione del danno.
Queste sono le concezioni di laicità nelle quali ci riconosciamo e che sono condivise dal migliore pensiero laico contemporaneo.
E’ necessario pertanto declinare la laicità nelle diverse accezioni menzionate, rispetto ai grandi temi di attualità del dibattito politico-culturale, quelli che, con una brutta espressione, vengono definiti temi “eticamente sensibili” e che un tempo, più semplicemente, venivano individuati come temi di libertà e di diritti civili. Sono argomenti sui quali la politica, negli ultimi anni, si è totalmente dimostrata incapace di decidere seriamente, o rifugiandosi nell’afasia imbarazzata, o “appaltando” ad altre agenzie (quali la Chiesa cattolica) la delega ad intervenire nel dibattito pubblico, o balbettando sterili e generici appelli ai “valori”. Troppo spesso il nodo delle questioni etiche è stato in sostanza rimosso e messo in disparte dalla politica, che si è volentieri trincerata dietro l’alibi pre-politico della “libertà di coscienza”, al fine di non dover prendere partito e posizione su temi che diventano sempre più urgenti, ingombranti e scomodi. Ma se la politica non è in grado di occuparsi e di fornire risposte ai temi che, oltreché i principi, riguardano le coscienze e la vita concreta, quotidianamente vissuta, di tutti i cittadini, di che mai dovrebbe occuparsi? In realtà, in questo anomalo bipolarismo della politica italiana, i temi della laicità diventano sconvenienti in quanto, mai come in questo momento storico, essi segnano il vero spartiacque nella difficile ridefinizione di concetti come “destra e sinistra” o “progresso e conservazione”, che nella antinomia “laici/clericali” (e non in quella laici/cattolici o credenti/non credenti) riacquistano senso e contenuto. Ecco perché è indispensabile parlarne, snidando e sfidando la politica a pronunciarsi con chiarezza su di essi, indicando ai partiti una precisa agenda politica. Infatti, per la laicità delle Istituzioni, il problema non è tanto costituito dalla Chiesa cattolica, dalla sua ossessiva e quotidiana richiesta di ruolo pubblico (che nessuno contesta) sulle più svariate questioni spesso prettamente politiche, e neppure dal suo eventuale farsi “partito”. La laicità dello Stato, oltre che dal clericalismo di molti politici credenti, sedicenti credenti ed atei più o meno devoti, è messa in discussione dal colpevole silenzio della politica (specie quella che dovrebbe essere “laica”) e della cultura (specie quella “progressista”), che troppo spesso abdicano al proprio ruolo per comodo conformismo, incultura, convenienza opportunistica. Deve tuttavia risultare chiaro che la legittima richiesta della Chiesa cattolica di partecipare a pieno titolo al libero dibattito politico innanzitutto espone la Chiesa ed i suoi esponenti al rischio della “contestazione” pubblica, alla stregua di qualsiasi altra agenzia culturale, politica e sociale, inoltre mal si concilia e peggio ancora coesiste con il regime “protetto”, peraltro ormai ripetutamente non rispettato e violato dalla Chiesa stessa, del sistema concordatario, in base al quale (come cita il primo comma dell’articolo 7 della Costituzione) “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Se si aprono le paratie al fiume della libera discussione pubblica, i compartimenti stagni, con il loro seguito di protezioni e privilegi giuridici e finanziari, non sono più legittimati ad esistere. In altre parole la scelta spetta alla Chiesa cattolica: sarebbe altamente auspicabile che all’interno della Chiesa stessa acquisisse forza la posizione volta al superamento consensuale del Concordato ed alla conseguente stipula di una Intesa fra lo Stato e la Chiesa cattolica. Ciò contribuirebbe in modo significativo a sanare positivamente la contrapposizione che sempre più spesso va divaricando i rapporti fra Stato e Chiesa e potrebbe trovare un utile momento di discussione e proposta in occasione della auspicabile prossima approvazione della legge sulla Libertà religiosa, pur nell’ambito di una logica “pattizia” attenuata e non integralmente separatista. E’ auspicabile che la Chiesa cattolica ne prenda responsabilmente atto.
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